

44. La liquidazione dello stato liberale e l'eredit del fascismo.

Da: E. Collotti, Fascismo, in Stato dell'Italia, Il Saggiatore-
Bruno Mondadori, Milano, 1994.

Una questione di notevole interesse storiografico  quella
relativa ai rapporti del fascismo non solo con la storia
dell'Italia prefascista ma anche con quella postfascista. A tale
proposito, nel presente passo, Enzo Collotti sostiene che il
mutamento qualitativamente pi rilevante operato dal regime
rispetto alla tradizione liberale fu quello dei rapporti fra stato
e societ. Da esso, secondo lo storico italiano, derivarono le
maggiori eredit del regime: lo statalismo e il centralismo;
l'intreccio della grande impresa con la burocrazia di stato; la
tendenza dei cittadini a non assumersi responsabilit e ad
accettare la subordinazione gerarchica; la formazione del
parastato.


Nella storia dell'Italia del secolo ventesimo il fascismo non ha
rappresentato una semplice parentesi. Cos come le sue radici
affondavano nella storia dell'Italia prefascista, cos i suoi
effetti non si sono esauriti con la cessazione formale delle
istituzioni create dal regime fascista. La dittatura trasform
profondamente lo stato liberale che, nell'et giolittiana, aveva
avviato un processo di democratizzazione e di parlamentarizzazione
graduale (interrotto per dalla prima guerra mondiale e dalla
disciplina collettiva imposta dalla mobilitazione totale). Il
fascismo trasse la spinta per dare l'assalto al potere dello stato
principalmente dalla mentalit combattentistica che spinse larghe
masse della piccola e media borghesia, ma anche di ceti proletari
e proletarizzati, ad accettare una soluzione autoritaria dei
problemi politici dell'Italia all'uscita dalla guerra.
Il mutamento complessivo dei rapporti tra lo stato e la societ fu
certamente l'elemento qualitativamente pi rilevante della
trasformazione istituzionale e culturale che caratterizz l'epoca
del fascismo rispetto alla tradizione liberale. L'obiettivo
teorizzato dallo stesso Mussolini era di assicurare il controllo
politico, sociale e culturale totale dello stato su tutte le isole
potenziali di autonomia all'interno della societ. Gi la vecchia
dottrina nazionalista aveva elaborato la concezione dello stato
forte, come momento di sintesi della volont della nazione ma
anche concentrazione di tutti i poteri e soprattutto di tutte le
energie. Lo stato totale o totalitario, secondo la stessa
terminologia fascista, doveva servire a riunire in un solo fascio
le energie della nazione, in funzione duplice: come presupposto di
una forte politica estera capace di potenziare la grandezza della
nazione e di assicurarle il ruolo di grande potenza; e come
presupposto della massima concentrazione delle energie produttive
all'interno, contro il pluralismo politico e sociale che aveva
caratterizzato l'et liberale e che aveva consentito il sorgere e
l'affermazione di un forte movimento dei lavoratori. Il fascismo,
per contro, era assolutista in politica estera e antipluralista
per eccellenza nella sua visione della societ e dei rapporti tra
i diversi ceti. Con la Carta del lavoro del 1927 esso dichiar
estinta la lotta di classe, come se fosse possibile abolire
differenze e conflitti di classe con un manifesto politico e con
un atto volontaristico.
Al posto di soggetti sociali chiaramente definibili e
identificabili anche negli aspetti conflittuali dei loro rapporti,
il fascismo pretese di imporre la visione fittizia di una armonia
prestabilita, la concezione organicistica che trov espressione,
almeno sulla carta, nell'ideologia del corporativismo.
Mistificando l'eguaglianza tra lavoratori e datori di lavoro, il
corporativismo privilegiava nella realt la parte padronale, che
nel sistema corporativo realizz un intreccio non solo funzionale
con la burocrazia di stato. Molte delle difficolt che incontr
l'affermazione di principi e di pratiche democratiche nell'Italia
dopo il fascismo nacquero dalla persistenza di regole, di
consuetudini, di mentalit che derivavano dagli schemi
antipluralistici imposti dal fascismo.
La visione dello stato forte non pu essere dissociata dal ruolo
di uomo forte che fu attribuito al duce, come capo carismatico del
fascismo. Al di l delle sue funzioni istituzionali, la dittatura
mussoliniana si manifest con una forte accentuazione dei
caratteri personali del duce, enfatizzando la sua poliedricit (il
duce agricoltore, il duce aviatore, il duce sportivo), le sue
attitudini istrionesche, i suoi atteggiamenti gladiatori, in cui
si mescolavano il suo passato di agitatore politico dall'oratoria
demagogica e di giornalista e i tratti delle sue origini popolari.
In realt, la valutazione del peso della figura del capo in un
regime come quello fascista  tutt'uno con la leggenda e il mito
che intorno a essa furono costruiti. Quel mito fu appunto uno
degli elementi fondamentali del consenso di cui fu circondato
Mussolini: nella stessa misura in cui ne accentuava il distacco
dalle masse, il mito rappresentava anche, per quel tanto di
misterioso che racchiudeva, l'elemento di attrazione che le legava
indissolubilmente al duce.
Si esercitava in tal modo anche la funzione di delega a una
persona, a una indefinita autorit superiore, su cui contava il
meccanismo della dittatura per legittimare se stessa e dare una
base di legittimazione al potere personale di Mussolini. Nel
costume degli italiani l'esempio della dittatura mussoliniana
contribu fortemente all'inclinazione ad attendere sempre tutto
dall'alto, ad assumersi scarse responsabilit, ad accettare la
subordinazione gerarchica, che consente anche nella vita
quotidiana, ma soprattutto nei rapporti tra lo stato e i
cittadini, tra l'amministrazione e il pubblico, l'alibi permanente
della deresponsabilizzazione e dell'anonimato. Se nell'immaginario
collettivo la figura del duce veniva caricata di tutti gli
attributi positivi, a sottolineare l'onnipotenza del capo, nei
rapporti di fatto essa serviva a legittimare la costruzione di una
scala gerarchica dall'alto verso il basso, che riservava una larga
misura di arbitrio e arbitrato al vertice della gerarchia: il duce
(o chi per lui) interveniva a comporre i conflitti tra poteri e
competenze diverse ma si serviva anche dei suoi poteri politici e
del suo carisma per fare accettare, ai di l di ogni legalit o
principio normativo, scelte dettate unicamente da ragioni di
opportunit o dall'esigenza di affermare la sua autorit e la sua
onnipotenza.
Il ruolo del duce al centro e al vertice del sistema non sarebbe
concepibile senza la realizzazione di quell'ampia misura di
accentramento di poteri che fu tipica del regime fascista e che
dilat sino al parossismo la stessa tradizione centralista dello
stato liberale, che derivava dai modi in cui si era realizzata
l'unit d'Italia e dalla formazione della classe dirigente
piemontese che ne era stata la protagonista. La distruzione delle
autonomie locali, che fu non a caso una delle prime misure con le
quali il fascismo oper per liquidare gli avversari politici e
uniformare la periferia al centro in un sistema povero di
tradizioni di autogoverno; la distruzione del sistema
pluripartitico e del pluralismo sindacale con la sempre pi
accentuata presenza del partito fascista come partito unico e
degli organismi corporativi come sostitutivi dei soggetti
sindacali; la centralizzazione infine dell'informazione e della
stampa: non furono che i fattori principali del processo di
monopolizzazione di tutti i poteri da parte di un nuovo ceto
politico-amministrativo fascista o fascistizzato. [...].
Lo statalismo che fu tipico del periodo fascista, anche come
continuazione del tipo di intervento dello stato nell'economia e
in altri settori della vita sociale (dal mercato del lavoro agli
istituti assistenziali) che gi era stato accelerato dalla grande
guerra, si coniug a questo particolare centralismo, in cui
funzioni organiche e potere personale si fondevano e si
confondevano spesso senza che fosse possibile distinguere i due
diversi livelli.
I fattori nuovi che all'inizio degli anni Trenta spinsero lo stato
a intensificare l'intervento nell'economia, come nel caso della
creazione dell'IRI per fare fronte alle conseguenze della grande
crisi sulle industrie in dissesto, non furono di per s specifici
del fascismo: specifico del fascismo fu, piuttosto, il modo
dell'intervento, cos come specifica del fascismo fu la creazione
di quel grande apparato di impiegati-assistiti che fu il
parastato, la proliferazione di enti inutili, nei quali erano
aggregati i membri della nuova burocrazia di stato creata con la
formazione dell'IRI e dei grandi enti previdenziali e
assistenziali. Fu questa nuova burocrazia di stato, che dilat
l'area dei ceti medi, in un'epoca in cui i cosiddetti nuovi ceti
medi in altri contesti europei erano incrementati dall'espansione
di servizi e reti distributive, che in Italia arriver soltanto
con il boom degli anni Cinquanta. Questa burocrazia di stato fu
una vera scuola di acquiescenza al potere costituito, cinghia di
trasmissione di modelli politici e culturali improntati
all'autoritarismo del ceto dominante e al conformismo nelle
opinioni politiche e nei comportamenti di costume.
Una burocrazia di stato portatrice di una mentalit d'ordine,
chiusa nei suoi privilegi corporativi, garantita dalla sicurezza
del posto di lavoro, che con gli anni divenne un corpo di fatto
autonomo all'interno del sistema istituzionale. Nel dopoguerra, di
fronte alle difficolt di realizzare sostanziali riforme nel senso
dell'attuazione della Costituzione repubblicana, della
democratizzazione dell'amministrazione e della stessa
articolazione del potere - quali la riforma delle leggi di
polizia, la democratizzazione delle forze armate, la
democratizzazione delle amministrazioni locali, l'autonomia delle
regioni, il ruolo delle istituzioni giudiziarie -, si fece
allusione alle forti resistenze che provenivano dall'interno
dell'amministrazione, non soltanto a causa della persistente
mentalit antidemocratica ma anche per la cristalizzazione di
interessi di gruppi; si parl allora non a caso di corpi
separati. Con ci si indicavano appunto quei settori
dell'apparato dello stato che perseguivano interessi particolari e
direttamente contrari ai nuovi orientamenti democratico-
repubblicani. Corpi separati furono anche i settori del parastato
di cui si impadronirono determinate forze politiche anticipando il
sistema di lottizzazione partitica che si sarebbe generalizzato
negli anni Settanta. Una situazione alla quale aveva contribuito
certo anche il fallimento sostanziale dell'epurazione dopo la
liberazione e che  incominci a modificarsi sensibilmente soltanto
sul finire degli anni Sessanta.
Infine, non bisogna dimenticare il peso che ebbe nel
caratterizzare il regime fascista il sostanziale accordo con la
Chiesa cattolica, dopo la conclusione dei Patti Lateranensi del
1929. I rapporti cos stabiliti tra stato e Chiesa, che contro la
tradizione liberale cavouriana definivano lo stato italiano come
stato confessionale, ebbero conseguenze di lungo periodo non
soltanto dal punto di vista della persistenza di una mentalit
clericomoderata, in cui si sommavano l'autoritarismo fascista e
quello della tradizione cattolica, ma proprio sotto il profilo dei
rapporti di potere. Non a caso nel momento della crisi interna del
regime fascista - tra la fine del 1942 e l'inverno del 1943 -sotto
il peso delle sconfitte militari, la Chiesa si profil come il
fattore morale e sociale capace, con la sua autorit, di
assicurare la tenuta istituzionale e il passaggio a una gestione
postfascista in un clima di sostanziale continuit moderata.
